Il pasticcio di gamberi d’acqua dolce, il luccio e i mostaccioli romani piacevano a san Francesco, un uomo che amava in modo profondo la povertà senza mai disgiungerla, però, dalla letizia. Una povertà volontaria e rigorosa, che in quanto tale, rendeva i frati immuni dalle tentazioni del mondo e dalla sete di potere. Una povertà che permetteva di essere liberi sia fisicamente, viaggiando molto, sia spiritualmente, interpretando nel concreto i principi ispiratori del Vangelo. Si spiega in questo modo come Francesco riuscì a modificare con il suo esempio molti stili di vita: lui che seppe morire cedendo solo a qualche piccola debolezza, come sbocconcellare i mostaccioli, fatti con mandorle, farina e miele, che Giacoma dei Settesoli gli portava da Roma.

Due piatti che Francesco apprezzava particolarmente erano il luccio ed il pasticcio di gamberi. I frati di Rieti ben conoscevano i gusti del santo: non a caso, quando gravemente ammalato nel palazzo del vescovo ad Assisi espresse il desiderio di poter mangiare soltanto del luccio, arrivò frate Gerardo, messo del ministro provinciale di Rieti,  con tre bellissimi lucci ben preparati e piatti di gamberi. La ricetta del pasticcio è stata tramandata da un anonimo frate francescano, che doveva conoscere bene gli usi culinari della conca reatina, il quale precisò come fosse un pasticcio composto dalla polpa e dal succo di gamberi con l’aggiunta di noci e di altre spezie, all’epoca utilizzate in misura superiore nei giorni di magro rispetto a quelli di grasso. Questa preparazione doveva essere molto diffusa, tant’è vero che gli fu offerta, insieme a pesci e ad altro cibo, mentre permaneva a Fonte Colombo da una signora di un castello vicino, che distava sette miglia.

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