Il tema di questo itinerario trova riscontro nella sorprendente varietà di testimonianze e nella profonda devozione popolare per figure religiose femminili del territorio sabino. Da famiglie influenti di queste zone sono nate delle sante e delle martiri che con le loro vicende hanno finito per segnare nei secoli la vita stessa d’intere comunità locali, frammenti di storia che raccontano, oltre le suggestioni della leggenda, il coraggio di donne che non hanno temuto di affrontare la morte, pur di vivere fino in fondo la loro cristianità.

IL viaggio inizia dalla Sabina, ed arriva fino alle valli del Salto e Turano.

La leggenda e i luoghi della Santa “Barbara”

Nel 273 a Nicomedia, oggi Izmit, città dell’Impero Romano d’Oriente, la tradizione colloca la nascita di una donna che in seguito, per la sua dedizione allo studio e alla preghiera, fu chiamata Barbara, ovvero “straniera, non Romana”. Adolescente si trasferì presso una villa rustica sita tra gli attuali Scandriglia e Ponticelli, col padre Dioscuro, collaboratore dell’imperatore Massimiano, che, in attesa di maritarla, la teneva segregata in una torre. Ma la sua manifesta conversione cristiana portò il padre a denunciarla al prefetto Marciano per empietà verso gli dei pagani. Il 2 dicembre 290, nel processo, Barbara esortava i presenti a ripudiare la religione pagana e abbracciare il cristianesimo. Dopo due giorni di torture vane, proprio suo padre fu incaricato di decapitarla. Ma, subito dopo, un fulmine lo incenerì.

Per questo oggi santa Barbara, le cui spoglie sono conservate come reliquia nella cattedrale di Rieti che le dedica una fastosa cappella, è invocata contro fulmini e tempeste, ovvero morte improvvisa per fuoco, diventando la santa protettrice di pompieri, minatori, artiglieri  – i depositi di esplosivi si chiamano “santabarbara” -, marinai, muratori e di chi opera nei cantieri. Un culto vastissimo, alimentato da varie leggende orientali che la legano anche ad altre zone d’Italia, tra cui la Toscana e Venezia.

Oltre che di Rieti, la santa è patrona veneratissima a Scandriglia, il cui stemma comunale riporta una torre con tre finestre  – la Trinità -, con ai lati una S e una B. Qui, in Contrada Santa Barbara, c’è una chiesetta rurale nel presunto luogo del martirio. Il suo culto si è diffuso anche nei pressi della città dove è ricordata la parrocchia di Santa Barbara in Agro, in località “Chiesa Nuova”.

 

Santa Vittoria, tra storia e archeologia

La ricerca sul culto di questa santa ci porta molto indietro nel tempo, a vicende comuni a quelle di Anatolia, con la quale sono ricordate nel martirologio geronimiano e raffigurate anche nei mosaici di S. Apolinnare Nuovo a Ravenna, mentre, assieme alle martiri più illustri dell’Occidente, offrono a Cristo le proprie corone. Entrambe, per consacrarsi a Dio, rifiutarono le nozze con dei patrizi romani.

Per questo sotto l’imperatore Decio (249-251), Vittoria fu esiliata e, dopo varie vicissitudini, uccisa e sepolta in una grotta, a Trebula Mutuesca, antica città sabina poi romana di cui oggi (dal 2000 sono iniziati nuovi scavi) sono ancora visibili i resti presso Monteleone Sabino. Proprio qui, insieme a una piccola catacomba situata in parte sotto la torre campanaria, ha sede la Chiesa di Santa Vittoria, dalla suggestiva facciata romanica e con tre navate interne asimmetriche, risultato di vari rifacimenti, di cui la destra divisa da grossi rocchi di colonne di spoglio e la sinistra da pilastri.

Nel XII secolo la chiesa fu ampiamente restaurata e ristrutturata per iniziativa del vescovo reatino Dodone, come testimoniato da due epigrafi ancora visibili. Per la chiesa, l’atrio e il campanile sono stati riutilizzati elementi architettonici, iscrizioni e altri materiali recuperati dalle rovine dell’antica città romana.

Ai monaci benedettini di Farfa, che dopo contrasti con i vescovi di Rieti trasferirono le reliquie di Vittoria da Monteleone Sabino ad altri possessi farfensi nel Piceno, dove fondarono Santa Vittoria in Matenano, si deve la diffusione del culto per questa santa e per la stessa Anatolia.

 

Sant’Anatolia, tra Valle del Turano e Salto-Cicolano

Oltre al comune destino con santa Vittoria, di Anatolia, anche lei giovane nobile romana, dopo il rifiuto delle nozze per dedicarsi completamente alla vita di fede, va ricordata la dura prigionia presso il vicus di Tora, con gravi tormenti, fino all’imprigionamento in un otre con un velenosissimo serpente. Si narra che il rettile non la sfiorò, mentre si scagliò contro il soldato che il giorno dopo andò a verificarne la morte. A sua volta, salvato dalla donna, il soldato Audace si convertì al cristianesimo e finì martire insieme a lei. Per intesa dell’abate Leone III con il vescovo reatino Tebaldo, il corpo di Anatolia fu trasferito presso il monastero di Subiaco, di cui divenne santa protettrice. Oltre che nei monasteri sublacensi, il suo culto si sviluppò nella zona di Tora, nell’attuale Valle del Turano, vicino Castel di Tora, ma anche nella zona di Torano, nel territorio del Cicolano, dando adito a controversie sull’effettivo luogo del martirio della santa sabina. Le fonti indicano nella Valle del Turano il fulcro di questo culto.

Qui il Santuario di Sant’Anatolia sito nei pressi dell’allora Castelvecchio (oggi Castel di Tora) fu trasformato nel 1728 in un convento dei padri cappuccini. Il Santuario di Sant’Anatolia a Torano di Borgorose fu in origine donato a Farfa a inizio VIII sec. dal duca di Spoleto Faroaldo II, ma restò ai benedettini per un secolo circa, continuando in seguito a irradiare autonomamente il culto per la santa. Nel 1877, per volontà di padre Luigi Ferrante, autore anchedel disegno, assunse le forme attuali, con una larga scalinata che conduce alla chiesa, dalla facciata neoclassica e tre porte per altrettante navate interne. Il tempio è chiuso da un’abside rettangolare davanti a cui si erge l’altare maggiore, con una statua di gesso della santa. Poco oltre l’ingresso principale, a ridosso del primo pilastro di destra, c’è l’antica cappella dove si venera un’immagine di Anatolia, che la tradizione attribuisce a un intervento divino.

 

Santa Filippa Mareri

Nel Salto-Cicolano, oltre alle già citate sante martiri, si segnala un’altra figura religiosa che dimostra ulteriormente la diffusa presenza francescana nel territorio reatino. Siamo nel 1228, anno della canonizzazione di san Francesco d’Assisi, quando la baronessa Filippa Mareri, dell’omonima famiglia che manterrà l’egemonia nella zona fino al XV sec, trasformò il complesso originario benedettino in monastero femminile francescano di San Pietro de Molito, oggi detto di S. Filippa Mareri, a Borgo S. Pietro di Petrella Salto. La donna morì nel 1236 e il suo culto pubblico fu riconosciuto nel 1248 da papa Innocenzo IV, quale prima santa femminile francescana.

A dispetto del fastoso casato, la sua vocazione maturò nell’austerità dell’esperienza eremitica, vissuta in una grotta naturale che ancora oggi sovrasta il santuario, cui s’accede da un sentiero molto suggestivo, con vista panoramica sul lago e sull’intera valle del Salto. Poiché nel 1940 le acque del fiume ricoprirono le strutture originarie del monastero, oggi si può visitare solo il piccolo museo, con alcune delle memorie relative alla vita spirituale (arredi, oggetti sacri, raffigurazioni della santa) e alla cultura materiale (oggetti comuni, vasi, libri, ricettari e tessuti), salvate prima che l’antico complesso fosse sommerso. C’è anche una cappella, con affreschi tardo-rinascimentali, strappati dalla vecchia costruzione e recuperati, che rievocano le principali vicende della santa, mentre le lunette sono dedicate ai santi mendicanti e la volta alla gloria del Paradiso.

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