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Cinecittà, la “Hollywood sul Tevere”

La scelta di Roma per accogliere il complesso di stabilimenti cinematografici non fu semplice: c’erano l’accanita concorrenza di Torino e la presenza della CINES, fondata nel 1904.

Nel 1935 i due teatri della CINES furono distrutti da un incendio e l’allora presidente della compagnia stessa, Carlo Roncoroni, diede l’assenso per la costruzione del nuovo complesso sui terreni di sua proprietà.

Il progetto dell’architetto e urbanista Gino Peressutti prevedeva dimensioni mai viste prima in Italia: 73 edifici su un’area di 14 ettari, teatri di posa, laboratori di sviluppo e stampa, una scuola professionale e l’istituto LUCE; i restanti 45 ettari rimasero in attesa di future espansioni.

La prima pietra venne posta il 26 gennaio del 1936, ma Cinecittà fu inaugurata il 21 aprile 1937.

Fino al 1943 ospitò film italiani e, agli occhi di molti, si identificò con il cinema nazionale stesso. Nacque allora il ‘mito di Cinecittà’.

Dopo l’8 settembre del 1943, a seguito dell’occupazione tedesca della Capitale e del saccheggio di tutti i materiali, il complesso di Cinecittà cadde in rovina. La fine della guerra non coincise con un rilancio effettivo perché con il Neorealismo i cineasti si spostarono dai teatri alla strada per le riprese all’aperto.

La profonda crisi fu superata grazie al contributo americano della MGM che decise di girare a Roma molti kolossal statunitensi, tra i quali “Quo Vadis?”. I cineasti americani puntarono su quella che definirono la “Hollywood sul Tevere”, in modo particolare per il basso costo delle straordinarie maestranze impiegate a Cinecittà.

Gli sventramenti nel centro storico inflitti a Roma dal regime fascista sconvolsero il tessuto dei vecchi rioni e delle attività tradizionali: migliaia di esperti artigiani persero casa e lavoro e affollarono le borgate senza trovare un’occupazione. Cinecittà ebbe così a disposizione un folto gruppo di stuccatori, decoratori, muratori, carpentieri e falegnami, le cui altissime competenze trovarono sfogo nelle scenografie dei set cinematografici.

Nel 1958 gli Studi ospitarono “Ben Hur” con Charlton Heston, il colossal assoluto che diede il via al moltiplicarsi delle grandi produzioni straniere: “Cleopatra” (1961, J. Mankiewicz), con Elizabeth Taylor e Richard Burton, “Il tormento e l’estasi” (1964, C. Reed), “La caduta dell’impero romano” (1964, A. Mann).

Tra la fine del 1950 e i primi anni 60, tornarono a Cinecittà anche molte produzioni italiane: Fellini con “La dolce vita” nel 1960, Visconti con “Le notti bianche” nel 1957, Dino Risi nel ’61 con “Una vita difficile”.

Tra il 1971 e il 1976, altri film famosi realizzati a Cinecittà: “Roma” e “Amarcord” di Fellini, “Morte a Venezia” e “Ludwig” di Visconti, “Novecento” di Bernardo Bertolucci e “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini. In particolare, i film western regalarono agli Studi il periodo di massimo splendore del dopoguerra.

Negli anni 80, la produzione degli Studios diminuì, nonostante Fellini li avesse scelti per “E la nave va” (1983), Sergio Leone per “C’era una volta in America” (1984) e Bernardo Bertolucci per “L’ultimo imperatore” (1987).

La profonda trasformazione di Cinecittà è negli anni 90 con l’ingresso delle tecnologie digitali e la quadruplicazione delle strutture per far posto a 22 teatri di posa, contro i 12 esistenti: i colossi stranieri tornarono a Cinecittà con “Le avventure del barone di Munchausen” di Terry Gilliam del 1989, nel 1990 “Il padrino ‒ parte terza” di Francis Ford Coppola, “Cliffhanger” di Renny Harlin nel 1993, Anthony Minghella con “Il paziente inglese” nel ’96 e Martin Scorsese con “Gangs of New York” nel 2002.

Negli ultimi anni a Cinecittà sono state girate anche serie televisive come “Rome”, la produzione anglo-italo-americana tra le più costose della storia, ambientata a Roma nel periodo decadente della Repubblica scossa dalle guerre civili.

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