Labro

Stradine che si arrampicano verso il Castello, le mura dell’antica rocca, a 600 metri d’altezza: ecco Labro, il ‘borgo di pietra’, incastonato tra i Monti Reatini e il Lago di Piediluco, ingresso della Valle Santa, quella di san Francesco d’Assisi e dei tanti monasteri francescani reatini.

La posizione arroccata, la funzione difensiva, la natura bellissima ma ‘difficile’ hanno contribuito a mantenere intatto il borgo, la sua struttura urbanistica, le piccole case, l’atmosfera, i colori naturali; e a farlo rinascere dopo un periodo di spopolamento. Con la complicità di un panorama emozionante e affacci che appagano anche gli spiriti più irrequieti.

A Labro si entra, rigorosamente a piedi, da Porta Reatina, e salendo tra palazzetti e piccoli slarghi si raggiunge palazzo Nobili Vitelleschi, visitabile, con un arredo ben curato e l’archivio completo della famiglia. Ancora scale e acciottolato e da una piazzetta si entra nella cinquecentesca Chiesa Santa Maria Maggiore, attraverso il portale che fu l’originario ingresso del castello; ed è il culmine del borgo: qui il panorama è impagabile, dai monti al lago. Così meraviglioso da non passare inosservato al team che conferisce le certificazioni di località con “I cieli più belli d’Italia“, da godere soprattutto intorno nella notte di san Lorenzo.

Foto di Enrico Ferri

Secondo una leggenda, la prima fortezza di Labro venne edificata da un patrizio reatino, il signore de’ Nobili, il quale, in occasione di una battuta di caccia, aveva promesso di costruire un castello nel luogo esatto di abbattimento del suo primo cinghiale: poiché in latino aper è il nome del cinghiale, deriverebbe da qui anche il nome del borgo. L’ipotesi è suggestiva, anche se poco fondata. Resta il fatto che ancor oggi lo stemma del paese reca l’immagine di un cinghiale sotto una quercia.

Ma non è l’artiodattilo – così si chiama il cinghiale! – il piatto forte della gastronomia locale, che oltre al tartufo vanta il ‘fagiolo gentile di Labro’, bianco avorio, dal sapore particolarmente delicato; nel brevissimo tempo necessario alla cottura la buccia sottilissima quasi scompare, e la pasta del legume risulta cremosa e velluta. Una vera prelibatezza che si trova solo qui, in tutte le stagioni.

Foto di Enrico Ferri
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