Nel silenzio del Monastero di San Vincenzo Martire, a Bassano Romano (nella Tuscia viterbese), si nasconde un tesoro artistico straordinario e inaspettato.

La facciata del Monastero di San Vincenzo Martire a Bassano Romano
In fondo a una piccola navata, è custodito uno dei capolavori scultorei più affascinanti di Michelangelo Buonarroti. Sì, proprio lui: lo scultore, pittore, architetto e poeta più celebre del Rinascimento, autore di opere immortali del calibro della Pietà, del David, del Mosè e degli affreschi della Cappella Sistina. Un genio dalle doti così straordinarie che tutti i più potenti dell’epoca, Papi compresi, si contendevano le sue prestazioni a suon di commissioni.

La statua del Cristo Portacroce
L’opera custodita a Bassano Romano è la scultura del Cristo Portacroce. Per secoli la statua è stata ritenuta una semplice copia barocca, opera di uno scultore anonimo. In realtà, il marmo nasconde un rocambolesco retroscena fatto di un perfezionismo ossessivo e di un “difetto” fatale.
Michelangelo era l’artista più ricercato e stimato dell’epoca, noto non solo per il suo genio ma anche per il suo carattere impetuoso. Era un perfezionista maniacale e dedicava molto tempo allo studio e alla cura delle sue creazioni. Si dice che fosse solito recarsi di persona a Carrara per verificare la purezza dei blocchi di marmo da scegliere per le sue sculture.

La vena nera sulla Guancia del Cristo Portacroce
Si immagini lo sconcerto e lo sbigottimento che l’artista deve aver provato quando nel 1514, mentre era intento alla realizzazione del Cristo risorto della Minerva, a lavoro quasi ultimato, vide palesarsi sulla guancia del Cristo, una linea scura simile a un pelo nero, una terribile e intollerabile imperfezione della materia. Michelangelo non ci pensò due volte, abbandonò l’opera in tronco e la cedette in cambio di un puledro.

Esterno Basilica Santa Maria della Minerva a Roma – Foto @ santamariadellaminerva.it
L’artista ricominciò da capo. Scolpì una seconda versione del Cristo Portacroce, portandola a termine questa volta senza brutte sorprese. La statua frutto del suo secondo tentativo si trova oggi all’interno della Basilica di Santa Maria della Minerva a Roma.
Ma dove andò a finire la prima versione, quella con il pelo nero? Nel 1607 venne acquistata dal marchese Vincenzo Giustiniani, ricco uomo d’affari di Bassano Romano, nonché grande mecenate e collezionista d’arte tra i più in vista dell’epoca. Certamente egli non immaginava che quella statua di marmo fosse opera di Michelangelo; tuttavia, ne riconobbe la bellezza e l’estrema maestria. Decise quindi di farla completare da uno scultore – secondo alcune teorie, dal Bernini — e di collocarla all’interno del mausoleo familiare: il Monastero di San Vincenzo a Bassano Romano.
Lì rimase per secoli sotto una coltre di polvere, fino alla svolta nel 2001. Durante il restauro condotto dalla Soprintendenza ai Beni Culturali fu riscoperta la celebre venatura scura della statua di Michelangelo, così come descritta nelle fonti storiche. Per gli studiosi non ci furono dubbi: quell’opera era del Buonarroti.
Oggi a restauro ultimato, l’occhio più sensibile del visitatore preferisce dare una lettura poetica all’opera artistica. Quel difetto naturale del marmo non viene percepito come un “pelo nero“, ma una “lacrima” che restituisce tenerezza, umanità e dignità al Cristo risorto.

Il Cristo Portacroce di Michelangelo nel Padiglione Italia a Expo 2025 di Osaka – Foto @monastica.info.it
La statua del Cristo Portacroce, anche se risiede stabilmente a Bassano Romano, viene spesso concessa in prestito per importanti esposizioni internazionali. Nel 2025 è stata uno dei maggiori elementi di attrazione del Padiglione Italia all’Expo di Osaka, in Giappone.
